Il reperto è emerso durante la quattordicesima campagna di scavo della missione archeologica coordinata dall’Università di Pisa a Uşaklı Höyük
PISA – Un nome cancellato intenzionalmente da un raro sigillo oltre tremila anni fa torna alla luce grazie alla quattordicesima campagna di scavo della Missione Archeologica Italiana a Uşaklı Höyük, nell’Anatolia centrale, coordinata dall’Università di Pisa insieme ai partner turchi. Si tratta dell’unica missione a guida italiana attiva in un centro ittita nel cuore del cosiddetto “Paese Alto”, area centrale del regno e successivamente dell’impero.
Gli archeologi hanno scoperto un sigillo a stampo in pietra con un’iscrizione in geroglifico anatolico deliberatamente abrasa. Il gesto sarebbe stato compiuto per cancellare l’identità, il ruolo o l’autorità del proprietario. Attraverso lo studio delle tracce rimaste sotto l’abrasione, gli specialisti sono però riusciti a recuperare e leggere il nome originariamente inciso, aprendo nuove prospettive sulla storia del sito e sulle dinamiche di potere del mondo ittita.
Il reperto è stato rinvenuto nell’area della cosiddetta Struttura Circolare, monumento la cui funzione è ancora oggetto di studio. I risultati rafforzano l’ipotesi che Uşaklı Höyük corrisponda all’antica Zippalanda, città sacra del Dio della Tempesta, meta dei pellegrinaggi della corte reale ittita e uno dei principali centri religiosi dell’Anatolia nella tarda Età del Bronzo.
Gli scavi nella stessa area hanno restituito numerose testimonianze di attività rituali: strati di cenere, ossa animali, frammenti di vasellame pregiato e recipienti utilizzati per le libagioni. Tra i reperti figurano anche frammenti decorati con una testa di toro, animale strettamente legato al culto del Dio della Tempesta.
La campagna 2026 ha portato inoltre all’individuazione, sulla sommità della cittadella, dei resti di un possibile edificio monumentale distrutto da un incendio. Per dimensioni e caratteristiche costruttive, la struttura risulta molto diversa dalle poche abitazioni finora scoperte e potrebbe rappresentare la prima testimonianza di una nuova fase di monumentalizzazione della cittadella durante la media Età del Ferro, diversi secoli dopo l’abbandono degli edifici pubblici ittiti.
Se la datazione sarà confermata dalle prossime campagne, la scoperta permetterà di ridefinire la storia dell’insediamento e di approfondire le trasformazioni politiche e insediative avvenute nell’Anatolia centrale durante un periodo ancora poco conosciuto.
Il progetto italo-turco unisce ricerca archeologica e cooperazione internazionale. Gli studi in corso ricostruiscono le reti di comunicazione dell’Anatolia del secondo millennio avanti Cristo, l’evoluzione del paesaggio e le abitudini alimentari degli abitanti attraverso l’analisi di semi, resti animali, ceramiche da cucina e installazioni per la preparazione del cibo.
Le attività si svolgono nell’ambito della concessione rilasciata all’Università di Pisa dal Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia. La campagna 2026 è stata sostenuta dalla Fondazione per l’Oriente Mediterraneo, dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dall’Università di Pisa, attraverso il programma ProArcheo 2026.





















