Written by 12:16 pm Pisa, Attualità

Ilva: la scelta impossibile (e senza risposte) tra salute e lavoro provoca sfiducia nello Stato

Uno studio dell’Università di Pisa pubblicato su Administrative Science Quarterly mostra come il mancato riconoscimento degli operai come vittime alimenti un senso di abbandono istituzionale

PISAUna crisi industriale e ambientale che rimane senza soluzione può trasformarsi in una crisi di fiducia nella politica e nelle istituzioni democratiche. È quanto emerge da uno studio sul caso Ilva di Taranto, pubblicato sulla rivista internazionale Administrative Science Quarterly e firmato da Elisa Giuliani del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa e Andrew Spicer dell’University of South Carolina.

“Quando gli operai vengono lasciati di fronte alla scelta tra salute e lavoro senza una soluzione concreta, la responsabilità non viene più attribuita soltanto all’azienda, ma anche agli organismi di controllo, alla politica e allo Stato – spiega Giuliani – Lo scandalo industriale diventa così, nelle testimonianze dei lavoratori, il punto di partenza di una critica più ampia alla rappresentanza politica e alle istituzioni”.

Giuliani e Spicer hanno analizzato oltre 230 testimonianze. Il materiale comprende dichiarazioni tratte da archivi giornalistici, libri e documenti audiovisivi, insieme a 56 interviste condotte direttamente con operai ed ex operai dell’ex-Ilva tra il 2020 e il 2025, per oltre 63 ore di registrazioni. Gli autori hanno inoltre esaminato più di 3.000 pagine di fonti documentarie e circa 17 ore di materiali audiovisivi.

La ricerca si concentra su due passaggi cruciali della vicenda Ilva. Il primo è lo scandalo della diossina del 2008, quando la contaminazione portò all’abbattimento di circa 1.200 pecore allevate vicino allo stabilimento. Questa data rappresenta una cesura nella percezione dei lavoratori. L’inquinamento, fino ad allora incorporato nella normalità della vita di fabbrica, comincia a essere interpretato come la causa di un danno personale e collettivo. Il secondo passaggio è la crisi del 2012, quando la magistratura dispose il sequestro di parte degli impianti per i rischi sanitari e legati all’inquinamento e circa 8.000 lavoratori si opposero e parteciparono ad una manifestazione contro la possibile chiusura dello stabilimento. Le testimonianze sottolineano questo momento in modo drammatico: “Meglio il cancro dopo che perdere il lavoro adesso“.

Lo studio ribalta la lettura corrente negli studi organizzativigli operai non solo sono pienamente consapevoli del danno subìto, ma quello che difendono non è l’azienda — è il lavoro stesso, come elemento vitale della propria dignità. Gli operai vogliono restare perché non vedono un’alternativa: devono continuare a mantenere le famiglie e, paradossalmente, affrontare le spese legate alle malattie associate all’inquinamento dallo stabilimento. Intanto, fuori dalla fabbrica, non trovano protezione e alleati. Una parte della comunità e dei movimenti ambientalisti interpreta la loro difesa del posto di lavoro come una forma di complicità, arrivando in alcuni casi a chiamarli “assassini”. Non bastasse l’inquinamento, gli operai si sentono vittime due volte.

“La rassegnazione dentro la fabbrica e il senso di abbandono fuori di essa si rafforzano reciprocamente, generando quella che abbiamo definito “trappola del doppio fallimento” – spiega Elisa Giuliani – Da una parte, gli operai ritengono di non poter lasciare l’azienda senza mettere a rischio il proprio sostentamento e le reti familiari e sociali dalle quali dipendono. Dall’altra, non credono più che gli organismi di controllo, lo Stato o la politica possano proteggerli, riparare il danno o offrire una via d’uscita praticabile”.

Il riconoscimento degli operai come vittime assume quindi un significato non soltanto simbolico, ma anche sociale e politico.

“Quando chi è già vittima, ed è insieme parte dell’organizzazione che produce il danno, subisce una seconda vittimizzazione — accusato di complicità dalla stessa società civile che dovrebbe essergli alleata — si apre una frattura profonda nella cittadinanza – continua Giuliani – Ed è proprio quella frattura a indebolire l’unione che darebbe a entrambi la forza di ottenere giustizia in casi come questo.”

Sul piano delle politiche, conclude Giuliani “c’è ancora moltissimo da fare. L’Ilva è forse un caso estremo, ma non è isolato: e finché continueremo a leggerlo come una scelta esclusiva tra due alternative, a cui gli economisti si riferiscono con il termine di trade-off, tra salute e lavoro, le politiche continueranno a muoversi nella direzione sbagliata. Quel trade-off tratta il diritto alla salute e alla vita come merce di scambio. Ma quei diritti umani non si scambiano: sono inderogabili, inalienabili, e vanno garantiti come tali. Per intendersi, nella gerarchia dei diritti, quello alla vita e alla salute deve valere più del diritto ad accumulare capitali nei paradisi fiscali — come è accaduto, di fatto, durante l’epoca Riva quando la politica ha protetto l’azienda invece che richiamarla alle proprie responsabilità.”

L’articolo, dal titolo The Double-Failure Trap: Workers’ Sensemaking as Insiders and Victims of Life-Threatening Organizational Wrongdoing, è pubblicato su Administrative Science Quarterlyhttps://doi.org/10.1177/00018392261468328.

Last modified: Settembre 11, 2026
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