PISA – Riceviamo e pubblichiamo l’intervento completo di Maurizio Ambrosini, docente di Storia e critica del cinema ed Estetica del cinema.
Aggiungere nuovi commenti sull’ultimo film di Christopher Nolan può apparire quasi inutile: dell’opera sembra essere già stato detto tutto, nel vortice della comunicazione contemporanea. Eppure questa Odissea, realizzata in Imax 70mm per amplificare l’immersione e l’impatto delle sequenze più spettacolari, ha avuto il merito di restituire centralità alla sala cinematografica. Come e più di Oppenheimer del 2023, il film riporta incanto e rilevanza alla visione collettiva, nell’epoca in cui il cinema viene fruito sempre più spesso su altri dispositivi e in altri ambienti.
Paradossalmente, però, l’esperienza cinematografica rischia di essere soffocata dalla quantità di discorsi che l’hanno accompagnata. Già durante la promozione, il confronto si era polarizzato intorno alla legittimità dell’incontro fra un regista hollywoodiano e uno dei testi fondativi della cultura occidentale. A questo si erano aggiunte le polemiche sulla composizione del cast, in particolare sulla scelta di Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena, tra accuse di “wokismo” e controaccuse di razzismo.
Dopo l’uscita, il film è stato travolto da impressioni, interpretazioni e riflessioni critiche. Da una parte, i social hanno alimentato una sorta di compulsione testimoniale che coinvolge spettatori, cinefili e opinionisti; dall’altra, la rielaborazione della trama e dei personaggi omerici, insieme alla contaminazione con altre fonti narrative, ha chiamato direttamente in causa studiosi ed esperti del mondo antico, lasciando quasi in secondo piano la critica cinematografica.
Luciano Canfora, sul Corriere della Sera del 16 luglio, ha rifiutato in partenza l’incontro con il film, mostrandosi scettico sulla possibilità di rintracciarvi un punto di vista davvero significativo e richiamando, invece, la Penelope interpretata da Irene Papas nello sceneggiato Rai diretto da Franco Rossi nel 1968.
Gherardo Ugolini, nel contributo L’Odisseo “tragico” di Christopher Nolan, individua invece il principio strutturale del film nella sostituzione della logica epica con quella tragica. Il ritorno diventa così il lento itinerario di un Odisseo-Edipo, la cui grandezza coincide con la progressiva scoperta delle proprie responsabilità. La distruzione di Troia è una memoria che continua a perseguitarlo, mentre Atena, con il volto di Cassandra, appare come una proiezione umana del suo senso di colpa.
Secondo Lucio Di Gaetano, autore di Atena è morta ma Nolan si sente benissimo, il regista sovrappone mito e storiografia facendo riferimento alle ipotesi formulate da Eric Cline in 1177 a.C. Il collasso della civiltà. I Popoli del Mare descritti dalle fonti egizie potrebbero coincidere, almeno in parte, con gli stessi greci reduci da Troia. La violazione della xenia, la sacra ospitalità infranta attraverso l’inganno del cavallo, diventerebbe così il gesto capace di mettere in crisi il sistema di patti e scambi sul quale si reggeva il Mediterraneo della tarda età del bronzo.
Queste letture convergono nella trasformazione del mito del ritorno nel trauma del reduce e nell’interpretazione geopolitica degli eventi narrati. È forse questo il principale gesto di appropriazione del testo omerico compiuto da Nolan: un’operazione che supera le riserve espresse da Alberto Moravia nel romanzo Il disprezzo del 1954, dove lo sceneggiatore Riccardo Molteni rifiutava sia la lettura psicanalitica del mito sia la sua riduzione a kolossal storico e spettacolare.
I personaggi di Nolan sembrano infatti consapevoli di muoversi sull’orlo di una catastrofe epocale. La sfida del film consiste nel tenere insieme una narrazione fondata sull’intreccio delle memorie, il difficile confronto con il passato e il piacere dell’attrazione spettacolare.
Resta tuttavia un rischio: che il cinema inteso come evento e dispositivo finisca per prevalere sul cinema come forma espressiva. E che la ricerca ossessiva di una spiegazione definitiva sterilizzi l’esperienza dello spettatore, cancellando la pluralità di significati propria di ogni opera. Sarebbe un destino particolarmente ironico per Nolan, divenuto il regista per eccellenza dei “film-rompicapo”.
Maurizio Ambrosini, docente di Storia e critica del cinema ed Estetica del cinema, Dipartimento di civiltà e forme del sapere.
Last modified: Agosto 6, 2026



















