PISA- Piccoli rami di pino, accesi singolarmente o raccolti in fasci, per farsi strada nel buio profondo delle grotte. È questa la soluzione adottata dai gruppi umani circa 14mila anni fa nella Grotta della Bàsura di Toirano, in Liguria.
A rivelarlo è uno studio multidisciplinare pubblicato sulla rivista Quaternary International, a cui ha partecipato anche Elisabetta Starnini, professoressa di Preistoria e Protostoria del Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa.
La ricerca ha analizzato resti archeobotanici, pollini, frammenti carbonizzati e tracce lasciate sul pavimento e sulle pareti della grotta, uno dei siti più importanti del Paleolitico europeo. La Grotta della Bàsura conserva infatti impronte umane fossilizzate, tracce di frequentazione animale e segni lasciati da piccoli gruppi umani accompagnati da un canide.
Lo studio ha permesso di identificare, nei frammenti carbonizzati, resti di rami di pino di piccolo diametro, inferiore ai 2-3 centimetri, utilizzati come fonte luminosa.
All’analisi si è aggiunto un test di archeologia sperimentale condotto in una grotta vicina, scelta per evitare contaminazioni del sito archeologico. Ricercatrici e ricercatori hanno verificato che questi rametti potevano garantire una luce sufficiente per muoversi in sicurezza nei cunicoli sotterranei, limitando al tempo stesso il consumo di ossigeno e l’abbagliamento provocato da fiamme più grandi.
Secondo le stime, per percorrere l’intero tragitto nella grotta sarebbero state necessarie circa venti “torce” lunghe 30 centimetri.
Lo studio ha fornito anche nuove informazioni sul paesaggio dell’epoca. Le analisi polliniche indicano che l’area intorno alla grotta era caratterizzata da boschi radi di pino alternati a steppe erbacee, tipiche di ambienti freddi e aridi.
“Questa ricerca ci consente di ricostruire in modo molto concreto le strategie adottate dai gruppi umani del Paleolitico per affrontare ambienti estremi come le grotte profonde – spiega Elisabetta Starnini –. Le tracce archeologiche, integrate con l’archeologia sperimentale, mostrano una straordinaria capacità di adattamento e di gestione delle risorse naturali disponibili”.
La ricerca è frutto della collaborazione tra Università di Pisa, Laboratorio di Archeobotanica del Museo Archeologico del Finale, Servizio Grotte del Comune di Toirano, Università di Genova, Università di Torino, Sapienza Università di Roma, MUSE di Trento e altri enti italiani e internazionali.




















