PISA- Nel 2025, tra Pisa e Lucca, il patronato Acli ha incontrato 1.100 famiglie e 1.200 lavoratrici e lavoratori, 850 dei quali nella sola provincia pisana, gestendo 1.400 contratti di lavoro domestico, di cui 950 per assistenza familiare. Sono i numeri da cui parte Simone Fulghesu, direttore del patronato Acli di Pisa, in occasione della Giornata internazionale del lavoro domestico, che si celebra il 16 giugno ed è stata istituita dall’Organizzazione internazionale del lavoro.
Non si tratta, spiega Fulghesu, di evidenziare i risultati operativi degli uffici, ma di porre l’attenzione su alcune questioni di stringente attualità che riguardano il lavoro di cura. «Il nostro osservatorio – afferma – ci restituisce un quadro molto articolato: da una parte ci sono le collaboratrici domestiche, ormai più vicine a un’idea di lavoro normalizzato, con una presenza significativa anche di lavoratrici italiane o di comunità storicamente integrate nei nostri territori, come quella albanese o filippina; dall’altra c’è il mondo delle badanti, dove si intrecciano fragilità sociali, bisogni di cura e dinamiche migratorie».
Secondo il direttore del patronato Acli di Pisa, serve un cambio di prospettiva netto e rapido. «Queste lavoratrici, in gran parte straniere, rappresentano oggi un pezzo fondamentale, anche se non istituzionale, del nostro sistema di welfare: senza di loro moltissime famiglie non sarebbero in grado di garantire assistenza ai propri cari e il loro ruolo è destinato a crescere. Circa due terzi dei contratti che gestiamo riguardano l’assistenza alla persona, a dimostrazione che l’attività di queste lavoratrici non è un vezzo per chi può permetterselo».
A pesare sono anche le dinamiche demografiche. «L’Italia è uno dei Paesi più anziani al mondo e continuerà a invecchiare. Allo stesso tempo, le famiglie sono più piccole e la partecipazione delle donne al lavoro è aumentata – prosegue Fulghesu –. Questo significa che la cura degli anziani ricade spesso su una sola persona, già impegnata tra lavoro e famiglia».
A ciò si aggiunge il tema delle pensioni e delle disponibilità economiche. «Si esce sempre più tardi dal mondo del lavoro e con assegni spesso più bassi rispetto al passato, a causa delle riforme previdenziali e di un mercato del lavoro segnato dalla precarietà. In queste condizioni, le famiglie, quando possono, ricorrono alla badante come unica soluzione praticabile. A volte anche in modo irregolare, perché mancano alternative strutturate».
All’orizzonte, però, si profilano criticità rilevanti anche per il territorio pisano. Una delle principali riguarda il mancato ricambio generazionale. «L’età media delle oltre 950 badanti incontrate lo scorso anno è di 53 anni: il 16% ha più di 65 anni, mentre il 15% si colloca tra i 60 e i 65 anni. Questo significa che, proprio mentre aumenta la domanda di assistenza, con l’invecchiamento dei baby boomers, molte lavoratrici usciranno dal mercato del lavoro per limiti fisici o per età».
Un altro aspetto riguarda la provenienza delle lavoratrici. «Solo il 16% delle badanti è italiano. La maggioranza arriva da Paesi come Filippine, Ucraina, Moldova, Romania e, in particolare, Georgia, che rappresenta oggi la comunità più numerosa nei nostri dati con il 23% del totale». Ma questo equilibrio potrebbe cambiare. «L’auspicabile miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi di origine potrebbe ridurre i flussi migratori: lo vediamo già con le lavoratrici polacche o bulgare, diminuite rispetto ad alcuni anni fa. Senza politiche adeguate, il rischio è un sistema sempre più fragile o un aumento del lavoro irregolare».
Il nodo centrale, secondo Fulghesu, è quello dell’integrazione. «Molte di queste lavoratrici vivono nelle nostre case ma restano poco integrate nelle comunità. Spesso arrivano per necessità economiche, con l’idea di una permanenza temporanea e senza un vero progetto di integrazione. Si creano così comunità chiuse, legate al Paese di origine, e dinamiche non sempre trasparenti. In alcuni casi, perfino la conoscenza della lingua italiana non è più considerata essenziale».
Da qui la richiesta di un approccio più consapevole e strutturato. «Servono, da un lato, politiche migratorie coerenti, che garantiscano ingressi regolari e tempi certi, soprattutto per quanto riguarda i permessi di soggiorno. Dall’altro, percorsi di integrazione veri, che aiutino queste lavoratrici a uscire dall’isolamento. Il lavoro domestico non è un settore marginale: è già oggi una colonna portante del welfare. Ma per reggerne il peso anche in futuro bisogna iniziare a trattarlo per quello che è: una questione sociale centrale, non più rinviabile».
Last modified: Giugno 16, 2026


















