E’ ormai evidente che nel corso dei prossimi 5-10 anni l’intelligenza artificiale (partendo dagli LLM – Large Language Models) porterà ad un cambiamento profondo nei rapporti tra persone, aziende e istituzioni.
Con la diffusione di modelli linguistici sempre più sofisticati e di software in grado di analizzare dati, creare contenuti, prendere decisioni e perfino coordinare interi processi produttivi, ciò che un tempo sembrava fantascienza sta diventando rapidamente realtà. Le macchine non sono più solo strumenti: stanno diventando veri e propri partner cognitivi degli esseri umani.
di Massimo Morganti
Questo scenario genera tanto entusiasmo quanto preoccupazione. Da un lato, c’è il timore che milioni di posti di lavoro possano scomparire; dall’altro, la speranza che l’automazione ci liberi dalle attività più ripetitive, restituendo spazio alla creatività, alle relazioni e al pensiero critico. In mezzo, una grande zona d’incertezza fatta di sfide e opportunità tutte da definire. Ed è proprio in quest’area grigia che si giocherà la partita più importante dei prossimi anni.
A differenza delle precedenti rivoluzioni industriali quella in corso impatterà soprattutto il lavoro intellettuale. È forse questo l’aspetto più sorprendente: mette in discussione professioni che sembravano intoccabili, perché basate su competenze avanzate. Già un paio di anni fa l’OCSE [1] evidenziava come circa il 25% dei lavori nelle nazioni più sviluppate è fortemente esposto all’automazione. Professioni quali avvocati, ingegneri, medici, insegnanti continueranno certamente ad esistere ma verranno svolte in modo molto diverso da come avviene oggi; altre invece – quali ad esempio: contact center; gestione contabile; segretariato – andranno a scomparire, affidate ad agenti intelligenti, sempre operativi, a basso costo e con margini di errore
inferiori a quelli umani.

Technology trends driving business transformation, 2025-2030 – Source: World Economic Forum, Future of Jobs Report
2025
L’idea di un futuro in cui le macchine sostituiscono completamente l’uomo è, per il
momento, fuorviante.
Studi recenti descrivono in modo chiaro come l’AI dia il meglio di sé quando lavora insieme alle persone, non al posto loro. Uno strumento utile per velocizzare processi, filtrare informazioni, suggerire soluzioni, anticipare problemi. Le aziende più efficaci nell’adozione dell’AI sono quelle che la integrano nei processi collaborativi con il loro personale e non quelle che la usano per tagliare posti di lavoro.
Ovviamente, ci sono anche casi in cui l’automazione sostituisce del tutto alcune attività. È successo nell’industria, sta succedendo nella logistica, succederà in molte funzioni amministrative. Ma i dati mostrano che la richiesta complessiva di lavoro non cala: cambia. Alcuni mestieri si riducono, altri nascono. La vera sfida, quindi, non è la “fine del lavoro”, ma la necessità di una riqualificazione su larga scala.
Tentare di fermare questa transizione è impossibile, una battaglia senza speranza “come Don Chisciotte contro i mulini a vento”. Viceversa, occorre prenderne atto, investendo tempo e risorse per imparare come utilizzarla al meglio con formazione continua lungo tutto il percorso lavorativo.
Chi maturerà competenze, familiarità con il digitale e capacità di adattamento, affronterà questo inevitabile cambiamento con maggiore facilità. Per loro l’AI sarà un moltiplicatore di valore: aiuterà a lavorare meglio, più velocemente, con maggiore impatto. Chi invece svolge mansioni ripetitive o ha scarso accesso alla formazione potrebbe trovarsi in difficoltà. Il rischio è quello di un mercato del lavoro sempre più diviso: da una parte le professioni qualificate, ben retribuite, in grado di usare l’AI come estensione del proprio pensiero; dall’altra, lavori manuali poco pagati e difficilmente automatizzabili, ma anche poco valorizzati. E in mezzo, una fascia di lavori amministrativi che potrebbe progressivamente scomparire.
Professioni che scompaiono, professioni che nascono. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale porteranno alla nascita di nuove professioni con lo scopo di trarne il massimo vantaggio quali ad esempio:
- Conversational Designer – figura necessaria per la progettazione delle interazioni con l’AI volta a testarne gli scenari, definirne i pattern conversazionali, valutarne l’output e robustezza.
- Knowledge Engineer – Il cui scopo è quello di “agganciare” l’AI ai sistemi attuali di
documentazione aziendale: strutturazione della knowledge base, tassonomie, controlli di veridicità e aggiornamento. - AI Change Manager – così da gestire la trasformazione aziendale, la formazione, la
ridefinizione dei ruoli, le forme di incentivo, i processi e i KPI; nonché alla modifica di approccio per professioni esistenti che diverranno sempre più “ibride”: medici che usano algoritmi predittivi, architetti che affidano all’AI la fase creativa iniziale, consulenti che analizzano grandi moli di dati con l’aiuto di assistenti intelligenti, insegnanti che personalizzano l’apprendimento grazie a strumenti adattivi. Non si tratta di tecnici in senso stretto, ma di esperti nei propri settori capaci di lavorare insieme all’intelligenza artificiale, interpretarne i risultati, correggerne gli errori, trasformarla in valore. È da queste competenze che nascerà l’élite del lavoro del futuro.
Fastest-growing and fastest-declining jobs, 2025-2030 – Source: World Economic Forum, Future of Jobs Report 2025
La giornata lavorativa cambierà.
Sempre più persone avranno un assistente digitale in grado di sintetizzare email, organizzare attività, suggerire soluzioni. Le riunioni saranno più brevi ed efficaci, grazie a sistemi che generano automaticamente ordini del giorno e verbali. Il lavoro da remoto sarà più fluido, con team coordinati da AI che riducono le difficoltà operative. In questo nuovo scenario, il ruolo dell’essere umano sarà sempre più quello di regista, non di esecutore. E questo riporta l’attenzione su ciò che ci rende umani e che ancora l’intelligenza artificiale non può sostituire: l’empatia, l’intuizione, la capacità di dare significato.
I veri rischi
- La perdita di autonomia: se un assistente intelligente ci dice sempre cosa fare, potremmo
finire per delegare anche le decisioni più importanti. - La precarizzazione: alcune aziende potrebbero usare l’automazione per suddividere il
lavoro in micro-mansioni con contratti instabili e compensi bassi. - La fragilità del sistema: un errore, un attacco informatico o un blackout possono paralizzare
intere filiere produttive. - L’opacità: molti sistemi AI funzionano come scatole nere, e questo può portare a scelte
poco trasparenti o addirittura discriminatorie, ad esempio nei processi di selezione del
personale.
Per affrontare questi cambiamenti non possiamo lasciare tutto al mercato. Serve una governance intelligente fatta di regole chiare sulla trasparenza degli algoritmi, controlli indipendenti sui sistemi più critici, incentivi per l’uso responsabile dell’AI, investimenti pubblici nella formazione e nella tutela dei lavoratori più a rischio.
In fondo, il futuro del lavoro dipenderà da come interpreteremo il rapporto tra esseri umani e intelligenze artificiali. Se utilizzeremo l’AI come un sostituto, creeremo un mondo più povero e più diviso; se invece la considereremo un’estensione delle nostre capacità, potremo costruire un’economia più creativa, più efficiente ma non meno umana.
[1] OECD Employment Outlook 2023 – https://www.oecd.org/en/publications/oecd-employment-outlook-2023_08785bba-en.html
Per chi è interessato ad approfondire suggerisco:
Future of Jobs Report 2025 (World Economic Forum)
https://www.weforum.org/publications/the-future-of-jobs-report-2025/
Generative AI and jobs: A 2025 update (ILO) https://www.globalization-
partners.com/blog/ai-in-hr-2025-trends/
AI in the workplace: A report for 2025 (McKinsey)
https://www.mckinsey.com/capabilities/tech-and-ai/our-insights/superagency-in-the-
workplace-empowering-people-to-unlock-ais-full-potential-at-work


















