Scritto da 9:59 am Pisa, Cultura

Il tiro a giro come parabola della vita

Il tiro a giro nel calcio è già di per sé una parabola, ma fino a poco tempo fa non era un’arma fra i piedi dei calciatori così tanto utilizzata.

di Leonardo Miraglia

Chi calciava verso la porta avversaria prevalentemente usava il collo pieno del piede calciante, se voleva imprimere molta potenza al tiro, oppure come si suol di dire “di piatto” se intendeva usare la parte interna del piede, in una sorta di put golfistico, per dare più precisone e meno potenza al calcio del pallone, altrimenti c’era il colpo di testa, senza soffermarsi inoltre all’utilizzo spesso fortuito di altre zone del corpo umano, come il petto o il ginocchio (ma non l’esterno del piede che è tuttora un tocco molto delicato e difficile da utilizzare per imprimere la giusta forza e la dovuta precisione).

Il calcio diretto, senza fronzoli, quello che partiva dal collo della propaggine inferiore del corpo umano, era prediletto e la realizzazione compiuta attraverso l’uso del tiro dritto per dritto era spesso descritta come una finalizzazione da manuale. Il tiro secco che si muoveva raso terra, filando veloce verso i pali della squadra opposta era spesso un tiro mortifero. Mentre il tiro scaricato dal basso verso l’alto, compiuto da distanze anche ragguardevoli dal goal avverso, era sicuramente espressione di grande potenza e velocità e se ben indirizzato anche spesso micidiale.

Perché oggi tanti calciatori cercano con frequenza il colpo a giro effettuato con l’interno del piede in modo tale da imprimere al pallone una parabola che vada ad infilarsi sul palo più lontano dalla posizione del tiratore?

Perché Il calcio di giro, se ben eseguito, suscita sempre grande entusiasmo nel pubblico e fa sì che il calciatore possa godere sia degli applausi di chi guarda dagli spalti, ma anche di una sua tutta personale soddisfazione nell’eseguire, alla bisogna, un tiro molto difficile.

Oggi tutti i calciatori, tutti i ruoli, dal terzino alla punta, passando attraverso mezze ali e rifinitori, tentano il tiro di giro, anche quegli atleti che non hanno un piede ben educato e raffinato da potersi permettere un’azione tale senza sollevare i fischi del pubblico anziché gli applausi si cimentano in questa prodezza balistica.

La parabola suscita volontà spesso nascoste, fino a sciogliere le paure anche di quei giocatori che sono coscienti delle loro capacità calcistiche. Li mette quindi sullo stesso piano di quegli atleti che invece il piede fatato, la favella con il pallone, il tocco di classe, il dribbling ubriacante ce li hanno tutti e quindi possono prendersi anche la libertà/responsabilità di calciare di giro (ma anche di fare altri gesti atletici molto belli da vedere quanto complicati da eseguire come la rabona, per esempio).

Ora tutto ciò mi fa intravedere un accostamento con la vita umana, dove anche chi non se lo può permettere, sfrutta una parabola dell’esistenza che dovrebbe essergli preclusa stando alle proprie capacità piuttosto scarse, e che invece vogliono, costi quello che costi, essere sempre in prima pagina (chissà perché la prima associazione di idee che mi è balenata nel cervello è quella di alcuni noti influencer).

Ad oggi, ogni ruolo svolto dall’uomo può essere latore di tiri a giro, cosa che fino ad un po’ di tempo fa era assolutamente improponibile e dunque il terzino continuava a fare il terzino e il suo apporto alla squadra era quello del terzino appunto, non della punta, chiamata così perché deve finalizzare e quindi deve avere nel suo repertorio tutti quei gesti che il terzino non ha e non necessita nemmeno di avere.

Da un po’ ci stiamo inventando nuovi lavori, vedi influencer, lavori che prima dell’avvento di internet non esistevano e nessuno ne prevedeva la nascita.

Oggi, nel calcio i terzini non esistono più, si chiamano esterni e quello che una volta era chiamato mediano, colui che era designato a portare l’acqua ai giocatori di punta, si chiama mezzala.

Terzini e mediani sono appellativi che al momento attuale non danno il giusto valore a coloro che gravitano in zone precise del campo, ossia la difesa ed il centrocampo basso, zone che, per quanto importanti nell’ottica del gioco del calcio in sé, non sono però ambienti raffinati; quindi, per elevare l’operato di quei calciatori che lì agiscono, si è scelto di modificare il ruolo di costoro e provare ad elevarli avvicinandoli, nella scala delle mansioni e dell’importanza sul campo, all’ala piuttosto che al rifinitore (ruoli decisamente più raffinati).

Così facendo si è dato via libera a tutti perché potessero provare a calciare di giro, anche coloro che invece sono abituati a calciare sì ma la gamba dell’avversario -che per altro, nel computo di una partita, è anche cosa buona e giusta stando le necessità tattiche del gioco del pallone, calcolando quante gambe vengono colpite e quanti tiri vengono scagliati verso le porte-. Il calcolo porterebbe sicuramente ad avere come numero più elevato i colpi dati alle caviglie piuttosto che quelli dati al pallone; il che è tutto dire anche nella sovrapposizione del gioco del calcio con la parabola della vita umana: quante volte dobbiamo utilizzare metodi rudi per risolvere situazioni complicate quindi scegliere la spada piuttosto che il fioretto?

Ma la parabola del colpo di giro affascina e ammalia al punto tale da attirare verso di sé chiunque.

Forse, gli unici calciatori che si astengono, almeno fino ai momenti attuali, dal tentare questo gesto atletico sufficientemente difficoltoso, sono coloro che hanno chiarezza di intenti, che conoscono il loro ruolo e la loro posizione in campo e per questo non si azzardano ad esporsi al ludibrio della folla, in caso che il gesto effettuato da potenziale ritorno di urla di giubilo dovesse invece essere portatore di urla di rabbia.

Allora il tiro di giro alla fine è questo: la parabola della nostra vita, di come la vorremmo, di come a volte tentiamo di costruirla, ma anche di come a volte il progetto ideato appaia sbagliato in funzione dei risultati ottenuti seguendone il disegno.

fonte: Meer

Last modified: Febbraio 12, 2024
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