PISA – La Toscana è Terra di Poligoni Nazionali, 21 in totale: Pisa, Cascina, Pontedera, Lucca,
Pietrasanta, Livorno, Cecina, Piombino, Firenze, Empoli, Lastra a Signa, Siena, Colle Val
D’Elsa, Fucecchio, Massa Carrara, Arezzo, Bibbiena, Grosseto, Pistoia, Pescia, Prato da
cui sono emersi tanti campioni che ci hanno fatto onore alle Olimpiadi.
I Tiro a Segno Nazionale: non solo poligoni, ma presìdi di sicurezza, sport e storia italiana. Quando si parla di Tiro a Segno Nazionale, molte persone pensano semplicemente a un poligono dove si spara. È una visione riduttiva. Le Sezioni del Tiro a Segno Nazionale sono molto di più: sono luoghi di formazione, disciplina, sicurezza, sport, volontariato e memoria civile. Sono presìdi territoriali che da oltre un secolo svolgono una funzione silenziosa ma essenziale per lo Stato e per i cittadini.
Il Tiro a Segno Nazionale nasce nel cuore della storia italiana. L’Unione Italiana Tiro a Segno trae origine dalla Società per il Tiro a Segno Nazionale costituita nel 1861; il Tiro a Segno Nazionale fu poi istituito con la legge 2 luglio 1882, n. 883, e l’UITS entrò a far parte del CONI nel 1919. Non parliamo quindi di una realtà marginale, ma di un pezzo della costruzione dello Stato italiano. Nel tempo, il ruolo dei TSN è cambiato, ma non è mai venuto meno. Oggi le Sezioni non sono soltanto luoghi dove si pratica uno sport olimpico e paralimpico. Sono anche strutture dove si insegna l’uso corretto, sicuro e responsabile delle armi a chi, per legge o per servizio, deve saperle usare. La stessa UITS si definisce ente pubblico posto sotto la vigilanza del Ministero della Difesa, preposto all’attività istituzionale svolta dalle Sezioni TSN per l’addestramento di chi presta servizio armato presso enti pubblici o privati e di chi deve iscriversi e frequentare una Sezione ai fini della richiesta di licenza di porto d’armi. Questo punto va spiegato bene alla popolazione: al Tiro a Segno Nazionale non si educa alla violenza. Si educa al contrario. Si insegna che un’arma non è un gioco, non è uno sfogo, non è uno strumento di offesa. È uno strumento che, nei limiti della legge, può appartenere allo sport, al servizio, alla sicurezza e alla difesa. Mai all’attacco. In un TSN si impara prima di tutto la responsabilità: regole, controllo, disciplina, rispetto degli altri, rispetto della legge. In Italia la leva obbligatoria è sospesa dal 1° gennaio 2005. Questo significa che intere generazioni non hanno più avuto alcun contatto con una formazione di base legata alla disciplina, alla sicurezza e all’uso regolato delle armi. In questo quadro, le Sezioni TSN restano una delle poche reti diffuse dove la cultura della sicurezza viene ancora trasmessa in modo controllato, legale e verificabile.
E questa rete è nazionale. Un documento UITS indica la presenza di 260 sezioni locali su tutto il territorio italiano, chiamate a operare in relazione con il Ministero della Difesa per la gestione delle strutture e con il Ministero dell’Interno per gli aspetti legati alla circolazione delle armi detenute presso le sezioni. Il problema è che oggi questa rete rischia di essere indebolita proprio mentre sarebbe più utile rafforzarla. Il decreto-legge 26 giugno 2026, n. 108, all’articolo 8, interviene sul riordino dell’Unione Italiana Tiro a Segno. Il testo dichiara di voler separare le funzioni istituzionali — istruzione, addestramento e certificazioni — da quelle sportive, cioè organizzazione, promozione e preparazione degli atleti. In astratto può sembrare una scelta ordinata e
comprensibile. Ma il punto non è il titolo della riforma: il punto sono gli effetti concreti sulle Sezioni territoriali. Il decreto introduce una forte centralizzazione. Prevede che l’UITS assicuri la gestione centralizzata dell’ammodernamento degli impianti e possa affidare la gestione o l’utilizzazione degli impianti anche a enti o organismi terzi tramite procedure pubbliche. Questo passaggio, per molte Sezioni, apre una domanda semplice: che fine farà l’autonomia delle comunità locali che per decenni hanno tenuto vivi questi impianti con lavoro volontario, sacrifici personali, manutenzioni, giornate donate e competenze costruite sul campo? C’è poi il nodo economico. Il decreto prevede presso ciascuna Sezione la figura dell’Ispettore UITS, che deve essere presente a tutte le operazioni di addestramento e certificare personalmente le fasi finalizzate al rilascio delle abilitazioni. A questa figura può spettare un compenso fino a 36.000 euro annui lordi, da sostenere nei limiti delle risorse
previste dai bilanci delle Sezioni. Per una grande struttura questi costi possono forse essere assorbiti. Per una piccola Sezione, invece, possono diventare insostenibili. Molti TSN vivono grazie al volontariato: presidenti, consiglieri, direttori di tiro, tecnici, soci e collaboratori che non contano le ore e spesso fanno lavori che altrove costerebbero migliaia di euro. Se su queste realtà si scaricano nuovi obblighi, nuove spese, nuova burocrazia e nuovi vincoli, il rischio non è teorico: il rischio è che molte Sezioni chiudano o diventino incapaci di svolgere il loro ruolo. E qui nasce il paradosso. Il decreto stabilisce che l’attuazione debba avvenire senza nuovi
o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Tradotto in parole semplici: lo Stato non mette nuove risorse. Ma se i costi aumentano, qualcuno dovrà pagarli. E quel qualcuno rischiano di essere proprio le Sezioni, cioè i territori, i soci, i volontari e, alla fine, i cittadini. La domanda quindi è semplice: qual è il vantaggio per la comunità? Se una Sezione chiude, lo Stato non risparmia davvero. Perde un presidio. Perde un luogo controllato.
Perde una rete di competenze. Perde un punto di riferimento per sportivi, cittadini, guardie giurate, operatori armati, giovani atleti, famiglie e istituzioni locali. Non si tratta di difendere privilegi. Si tratta di difendere ciò che funziona. Le Sezioni TSN non chiedono di restare ferme nel passato. Nessuno nega che servano controlli,
trasparenza, sicurezza, modernizzazione e regole chiare. Riformare sì. Svuotare i territori no. Una riforma utile dovrebbe partire dalle Sezioni, non passarci sopra. Dovrebbe ascoltare chi apre i cancelli ogni settimana, chi conosce gli impianti, chi gestisce i corsi, chi segue gli atleti, chi risponde alle istituzioni, chi tiene in piedi strutture spesso antiche e costose da mantenere. Dovrebbe aiutare le piccole Sezioni a migliorare, non metterle nelle condizioni di non farcela. Disarmare una nazione non significa soltanto togliere armi. Può significare anche togliere cultura, competenza, disciplina e luoghi sicuri dove queste cose vengono insegnate. In un Paese che ha sospeso la leva e ha visto ridursi molti presìdi territoriali legati alla difesa, il Tiro a Segno Nazionale resta una riserva civile di sicurezza: non una minaccia, ma una garanzia. Per questo l’articolo 8 del decreto deve essere spiegato, discusso e corretto. Non con slogan di rabbia, ma con parole chiare. Perché il Tiro a Segno Nazionale non appartiene solo ai tiratori. Appartiene alla storia italiana, allo sport, alla sicurezza pubblica e alle
comunità locali. Riformare sì. Ma senza cancellare il valore dei territori. Riformare sì. Ma senza trasformare 260 presìdi storici in strutture fragili, svuotate o economicamente condannate. Riformare sì. Svuotare i territori no.



















