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Liberazione di Pisa, Conti: «Custodire la memoria e testimoniare l’orrore della guerra per costruire la pace»

PISA- Riceviamo e pubblichiamo l’intervento del Sindaco di Pisa, Michele Conti, svolto stamani in occasione delle celebrazioni per l’82° anniversario della Liberazione di Pisa.

Buongiorno a tutti.

Un saluto alle istituzioni presenti, al prefetto e al questore di Pisa, al presidente della Provincia, alle autorità e alle rappresentanze civili e militari.

Un particolare benvenuto al console generale degli Stati Uniti d’America a Firenze, che oggi partecipa alla nostra commemorazione.

Saluto tutti i cittadini presenti a questa cerimonia con la quale, come ogni anno, celebriamo il 2 settembre, nell’82° anniversario della Liberazione di Pisa.

Questa mattina, come rappresentanti delle istituzioni, abbiamo reso omaggio alla memoria dei sindaci che ebbero la responsabilità di guidare la città in quegli anni difficili, prima durante la Liberazione e poi nella complessa fase della ricostruzione.

Un “pellegrinaggio di gratitudine” in ricordo di Italo Bargagna, Vittorio Galluzzi, Renato Pagni ed Enrico Pistolesi, ai quali si aggiunge l’allora arcivescovo di Pisa Gabriele Vettori.

Il percorso è proseguito con la Messa nella chiesa di Santa Caterina d’Alessandria e con la deposizione di una corona di alloro nella Cappella dei Caduti. Un itinerario che attraversa buona parte della città e si conclude qui, sulla facciata del Palazzo comunale, sotto la lapide dedicata ai caduti.

Nella sua interezza, questo percorso ci mostra quanto profondamente tutta Pisa sia stata coinvolta dagli avvenimenti dei quali oggi celebriamo la fine.

Ogni quartiere fu interessato dal passaggio della guerra, seppure con intensità diverse. Non vi fu strada o piazza che non conobbe il dolore dei morti e dei feriti. A partire dal 31 agosto 1943, la guerra entrò in ogni casa e in ogni famiglia pisana.

Poi, il 2 settembre 1944, le truppe americane fecero finalmente il loro ingresso a Pisa, ponendo di fatto fine a uno dei periodi più drammatici della storia della nostra città.

Quel 2 settembre era un sabato. Gli americani non furono accolti e celebrati come mostrano molte immagini di repertorio provenienti da città che non avevano conosciuto la stessa devastazione subita da Pisa.

Dopo aver attraversato l’Arno tra Caprona e Uliveto, le truppe proseguirono verso Pisa e liberarono la città, dove la popolazione attendeva da circa un mese e mezzo il loro arrivo. Gli Alleati, dopo le ingenti perdite subite, avevano infatti deciso di aggirare Pisa e dirigersi prima verso Firenze, spostando il fronte alcuni chilometri più a nord, lungo la Linea Gotica.

La ricorrenza che celebriamo oggi segna la conclusione di un agosto drammatico per i pisani, dominato dalla fame, dalla paura, dalle cannonate e dalla morte.

Dal 31 agosto 1943 la città aveva subito 54 attacchi aerei da parte degli Alleati. Dopo un anno era ormai svuotata, ferita, in lutto e divisa. Non esistevano più i ponti che attraversavano il fiume né la linea ferroviaria. I palazzi dei Lungarni, e non soltanto quelli, erano in gran parte crollati o ridotti a cumuli di macerie.

I feroci bombardamenti avevano reso Pisa irriconoscibile e piegato la città. Migliaia furono i morti: donne, bambini, anziani e civili inermi. Tantissimi cittadini furono costretti ad abbandonare le proprie case e a sfollare nei paesi delle campagne, nella speranza di correre rischi minori.

I pisani conobbero così, a proprie spese, tutto il dramma della guerra.

Da allora la guerra non è stata più la stessa e ha finito per coinvolgere in maniera sempre più ampia e indiscriminata le popolazioni civili.

Sono trascorsi oltre ottant’anni da quei fatti. Come ricordiamo ogni anno, sono ormai pochissimi i testimoni diretti ancora in grado di raccontarci con le proprie parole quel dramma. Noi, tuttavia, non possiamo e non vogliamo dimenticare.

Non possiamo farlo anche perché, ancora oggi, altre guerre insanguinano numerose città del mondo. Altri conflitti coinvolgono popolazioni inermi, civili, donne, anziani e bambini che non hanno alcuna colpa.

Al termine della Seconda guerra mondiale, le tante nazioni coinvolte pronunciarono un solenne “mai più” e dettero vita a organismi internazionali nati con lo scopo di prevenire nuovi conflitti. Nacquero le Nazioni Unite e prese avvio quel percorso di integrazione europea dal quale sarebbe poi nata la nostra Unione Europea.

Eppure, purtroppo, le armi non hanno mai smesso di sparare.

Oggi, nelle cronache che arrivano dal Medio Oriente, dall’Ucraina, dall’Iran e da decine di altri luoghi del mondo, sembra che la pace si sia arresa alla guerra come strumento per risolvere le controversie tra gli Stati e persino all’interno di essi.

Noi siamo qui anche per questo: per proseguire una testimonianza che, da 82 anni, ci ricorda il dovere di compiere ogni sforzo possibile per convivere in pace. Lo sviluppo economico, il benessere e la libertà di ciascuno sono frutti della pace.

Dobbiamo contrastare l’uso delle armi come strumento di risoluzione dei conflitti, senza per questo rinunciare al diritto di difenderci. Dobbiamo essere consapevoli che, una volta accesa la miccia della guerra, è estremamente difficile tornare al punto di partenza e risanare le ferite provocate.

Dobbiamo recuperare lo spirito del dopoguerra, che spinse Paesi fino ad allora nemici a scegliere le convenzioni reciproche, la diplomazia e il diritto al posto delle armi; un’economia aperta al posto della contrapposizione tra Stati; gli accordi economici al posto delle guerre commerciali.

Su questi principi, insieme al rispetto del diritto internazionale, deve fondarsi un rinnovato modello di convivenza tra i popoli e le nazioni. Quel diritto internazionale che, pur con tutti i suoi limiti, ha saputo garantire per decenni la pace in buona parte del pianeta.

Oggi siamo qui per ricordare la Liberazione di Pisa, ma anche per rendere omaggio alle vittime di quel conflitto e a quanti, dopo la guerra, si rimboccarono le maniche per ricostruire la città e, con essa, il futuro delle generazioni successive.

Siamo qui per fare tesoro di quella memoria collettiva e per continuare a testimoniare l’orrore della guerra, affinché simili tragedie non accadano mai più.

Lo facciamo con l’auspicio che presto, anche in tante altre parti del mondo, si possa celebrare la liberazione dalla guerra e il ritorno alla pace: l’unica condizione capace di garantire il valore più alto di tutti, il rispetto della persona e della dignità umana.

Last modified: Settembre 2, 2026
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